1945-2025: ottanta anni in cui il mondo e l’Italia sono cambiati da cima a fondo.
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Il nucleo storico dell’Associazione Sportiva Rugby Milano è quello del GUF, gli universitari milanesi, capaci prima del conflitto di mettere in difficoltà la fortissima Amatori, arrivando due volte sul podio in campionato e riuscendo a sconfiggerli dopo sei anni di imbattibilità. Sono i goliardi raccontati da Beppe Ceriana ne “Il segno della bislunga”: Giansiracusa, Cicogna (figlio del patron Amatori), il mediano Battagion, Martinenghi, Reina, Bruno Del Buono (papà di Lucio), Norsa (fratello di Franca Valeri), Cortellezzi, Curioni e tanti altri: un gruppo di compagni di studi che gioca in biancorosso, con o senza “M” sul petto, talvolta in total black, all’epoca - come è ovvio - molto di moda.
Il Rugby Milano come lo conosciamo noi gioca la sua prima partita dopo la Liberazione al campo Forza e Coraggio di via Gallura: è il luglio 1945 quando affronta una compagine sudafricana del 73° reggimento d’artiglieria. Grazie agli Alleati non solo si gioca ma si rimette in sesto il campo del Giuriati.
Allenatori sono prima Ghezzi poi Bertolini, presidenti prima Olivetti poi Carlo Origoni, il massaggiatore è un altro ex Guf, Remo Santinoli, mentre i giocatori sono Maltecca, Martinenghi, Cristallo, Cazzaniga, l’estremo Bossi, ma dietro di loro una nuova generazione sta crescendo e nel 1949 vincerà l’unico titolo giovanile del Milano, la Coppa Cicogna. In rosa Zanchi, detto il Gabbiano, poi Nazionale, ma anche Saibene, Pessina, Vellani, Cimaz. Forze fresche che arricchiranno la rosa insieme a Ricciarelli, Zucchi, Pancaro, Gerosa, Barbini - tutti Azzurri - e grazie ai quali il Milano si ergerà fino alla finale scudetto con le Fiamme Oro nel 1959 - e in semifinale la stagione successiva. Sono gli anni d’oro, in cui il Milano si permette di battere il Petrarca 40-0, rivaleggiare contro Rovigo e Parma, superare squadre francesi (il Puc, il La Mure) e concedersi trasferte oltremanica contro Blackheath e Trinity College. È proprio a Londra che viene scoperto (e poi ingaggiato) Yan Simpson, talentuoso numero 10, che lascerà un segno indelebile nella storia del club.
2)
Gli anni Sessanta si aprono con ben quattro club meneghini in Serie A (oltre a Milano e Amatori, Sempione e Diavoli Rossoneri) ma dopo piazzamenti lusinghieri, nel 1962 problemi economici e organizzativi ci costringono alla fusione con la Milano Diavoli. Ne seguirà un’altra, cinque anni più tardi, con il Cus Milano, ma nel giro di due stagioni la retrocessione in Serie B porterà alla scissione.
È il 1969 quando Ezio Cozzaglio, con l’aiuto di Ricciarelli, Sergio Olivetti, Pancaro, Saccani rifondano il club. Assieme al figlio Federico convincono un gruppo di studenti che abitano tutti attorno al condominio di via Bronzino 12: Paolo Bellati, il capitano, Rescigno tallonatore, il Cech, corpulenta seconda linea, Saracco detto anche “coniglio veloce”, Minicucci, Morisi, Tognocchi, Selvini, Venturelli ala modello… si riforma così una giovanile A.S.R. Milano. Maglie biancorosse di tela grossa, matricole, campo Giuriati vecchio: si arriva fino alla semifinale nazionale U19 contro il Tarvisium. Il presidente è Olivetti, l’allenatore il fantasioso pittore Filippo De Gasperi. I capelli si allungano, le manifestazioni si moltiplicano, i ragazzi di via Bronzino diventano grandi. Si progetta allora una fusione con una squadra di gente di fabbrica e di periferia, il Pirelli, un matrimonio tra poveri che consente la serie C. Arrivano Micheloni, il mostruoso Agosti, il Baffo, Mingori, Dama, Impellitteri, Buccino, i Previtali dall’Amatori. Insomma, vecchi un po’ ligiera e giovani un po’ fighetti, un mix che incredibilmente funziona. Mentre qualche giovane si fa avanti da una giovanile precaria allenata da Gilles Deleidi, Curioni e Larocca. Sono tre gli anni in C sotto la guida di Gigi Monza, ex trequarti Amatori, buon preparatore atletico e culturista, ingaggiato da Giovanni Battista Curioni, per tutti “il Prof”, che diventa presidente nel 1975 e lo resterà fino alla morte, nel 2006.
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Con la promozione in B del 1976, arrivano il primo sponsor, Ferrochina Bisleri, e Lino Maffi, mitico coach della Nazionale Giovanile. Con lui allenatore capo arrivano in tanti: Diego Briccola, Lucio Chon, Leguti dall’Amatori, Lele Spangaro dal Chicken, Giuseppe Lorenzo Kociss dal Rho, ma soprattutto Paul Dodds dall’Australia, mediano di mischia come se venisse da Marte. Dalle giovanili crescono in bravura Matteo Mazzanti ed Enzo Dornetti, dalla giovanile di Giorgio Mores sale e si afferma il talento unico di Bruno Franceschi, Nazionale in tournée contro gli All Blacks in Nuova Zelanda, ma anche Aldo Resega e Claudio Parozzi. Sergio Franceschi, padre di Bruno, sempre presente, affianca Cozzaglio e il Prof in un momento di coesione incredibile di tutto l’ambiente. Memorabili i terzi tempi al Bar Spavento di via Asiago, da Spontini tutti i mercoledì dopo l’allenamento. Tappezzieri, camionisti, studenti, bancari, operai, uniti dall’amore per la maglia biancorossa.
Così nel 1980 si arriva in A, quella vera: Petrarca, Rovigo, Benetton, L’Aquila, San Donà, un sogno. Franco Carnovali è vice di Maffi. Il gruppo cresce con Maurizio Calenti, i fratelli Pastonesi, Francesco Gorietti, Pierangelo Scarioni, Gianluca Ragusi, Paolo Falzone, Gianfranco Mojoli, Gianni Amore, Luciano Docinto, Ludovico De Briganti, Franco Berni, Daniele Zucconi. Pino Ragusi e Adalberto Ambrosio danno una grossa mano come dirigenti. Felice Di Domenica come medico. Vittorio Borserini viene sostituito da Giorgio Morvidoni come “massaggiatore”. Oltre a Paul Dodds merita una menzione come straniero Andrew Strawbridge, oggi nello staff dell’Inghilterra come allenatore, mentre va forte anche la Seconda squadra con Luca Garofalo, il gruppo Bovisasca e Giovanni Bordin, oggi a capo dei mitici Bislunghi (la squadra “old” biancorossa) che hanno da poco celebrato il ventennale.
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Il 1986 è l’ultimo anno di A, Lino Maffi ha lasciato dopo un decennio, subentra Franco Carnovali, la MAA, Milano Assicurazioni Auto, lascia la sponsorizzazione. Diversi dei vecchi hanno smesso o smettono, i talenti delle giovanili, che escono dalla scuola di personaggi come Sabù Vellani e Gilles Deleidi sono Davide Sangiorgio, Luca Chon figlio d’arte, Pietro Scanziani, Stefano Brolis, Luca Guardigli, Luca Torchio, Massimo Marini, i fratelli Mazzocco e i fratelli Carpinone, Max Pardile, Mauro Vaghi, Gianmario Ricciarelli, Marco Contini, Jacopo Pancaro, e soprattutto Massimiliano Capuzzoni, che arriva alla Nazionale maggiore. Nonché, dal basket, Romeo Cremascoli: sarà giocatore/presidente mentre suo padre Luigi sosterrà il Club per tanti anni.
La Milano da bere partorisce il progetto dell’Amatori e, successivamente, del Milan di Berlusconi. Giocatori come David Campese, un professionismo di fatto e una gestione molto intensa, portano il successo della maglia bianca (poi rossonera) nella massima divisione mentre i biancorossi retrocedono.
Gli anni Novanta sono resistenza. Il Prof e Sergio Franceschi, coppia di ferro, si sono tenuti qualche soldo dalle abbondanti contribuzioni della MAA, ma occorre stringere la cinghia. Si gioca per amore e per amicizia; la morte tragica di Massimiliano Capuzzoni stringe tutti attorno a ricordi e ad un progetto. Sergio Carnovali scende in campo come allenatore e bandiera del club. Assieme a lui Enzo Dornetti come instancabile direttore sportivo. Si resta a lungo in serie B, ma Franco Azzolari rocciosamente sviluppa il mondo del minirugby degli aquilotti. Lui e il mitico Cabrio con il suo elettrauto di via Correggio danno una mano robusta e arriveranno a creare il più mitico pub clandestino del rugby europeo. Arriva un neozelandese fortissimo e furbissimo, Yarnie Guthrie. Sono anni eroici, di grande intensità etica, etilica e goliardica, in cui si forma uno spirito unico su un campo in sostanza impossibile: il campo Crespi di via Valvassori Peroni, detto Giuriati nuovo.
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Alla fine degli anni Novanta il rugby comincia a cambiare. Non ancora in modo evidentissimo, ma l’Italia entra nel 6 Nazioni e si avvia il professionismo. E in dieci anni si trasforma radicalmente. L’alto livello non è più praticabile se non da persone che decidono di dedicarsi professionalmente allo sport. Tecnica, fisicità, velocità cambiano i corpi e le teste. L’A.S. Rugby Milano va in serie A nel 2011, cioè, si colloca al massimo livello possibile tra i non professionisti ma subito scende in B e poi risale nel 2014. Intanto dalla metà degli anni Duemila con presidente Romeo Cremascoli, direttore sportivo Enzo Dornetti, allenatore sempre Sergio Carnovali, direttore esecutivo Franco Azzolari, il Rugby Milano rinforza le sue scelte identitarie. Sotto la spinta di Giorgio Terruzzi partono i primi progetti con il carcere Beccaria, e i progetti sociali con Mediafriends. Al Beccaria nel 2009 grazie allo sponsor comune IVECO arrivano gli All Blacks. Il movimento comincia a crescere, molta passione, pochi soldi, bambini a palate, genitori che capiscono che in A.S.R. succede qualcosa di diverso, diverso per ognuno. Ognuno con la “sua” A.S.R. inventata nella sede fatiscente e romantica di via Valvassori Peroni, voluta da Franco Azzolari, che arriva ad ospitare anche Jonah Lomu. Parte anche il progetto di collaborazione con Rugby Parco Sempione, neonato club milanese con alla guida Toni Cimmino, nipote dell’ex Presidente Origoni.
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Con il nuovo secolo siamo oltre 300 iscritti, nessun giocatore è professionista salvo lo straniero che a volte arriva a rinforzare il gruppo (da ricordare Cani Merlo e Churro Magallanes). Verso gli anni Dieci diventa evidente che A.S.R. ha bisogno di una casa. Si prova al parco Lambro, si gira tra periferie e giardini. Niente, molto difficile. Poi nel 2013 Giorgio Terruzzi aggancia Cesare Cadeo, presidente dell’Idroscalo e parte il progetto del centro “G.B. Curioni”. Lo si fa a dispetto dei santi, forse anche del buonsenso e si vince la gara. Nel 2015 il campo è pronto. Il club non proprio. Ma la spinta è enorme. Si è appena saliti in Serie A e ci si resta, mentre il rugby a quel livello ormai è definitivamente semiprofessionistico. Alla vigilia del covid ci sono oltre 700 tesserati, tecnici e allenatori diventano quasi 60 e la mitica famiglia Cozzaglio procura anche Massimo, allenatore della Prima squadra, mentre Stefano Curioni lascia la presidenza a Sergio Carnovali, perché eletto in Consiglio Federale a Roma.
La pandemia è un’altra cesura importantissima. Franco Azzolari ne è vittima, fin dalla prima ondata, il club perde una colonna fondamentale e quando il mondo riparte, dal 2022, la sua mancanza emerge clamorosamente, perché coincide con un cambio generazionale decisivo. L’ingresso di Francesco Fantoni e Luca Varriale alla guida tecnica del club conferma le ambizioni sportive, sociali e educative del club, ma in un contesto sempre più difficile e competitivo nonostante l’aiuto importante di sponsors come Bpm e poi Unicredit. Si regge anche grazie a molti contributi privati di amici, ma è necessaria la professionalizzazione degli staff prima ancora che dei giocatori. Si entra definitivamente in un mondo adulto.
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Si arriva ad oggi: 80 anni di storia, consolidata militanza in Serie A, tanti giocatori cresciuti nelle sue giovanili o passati nella prima squadra negli ultimi 15 anni e che sono stati in Elite e in Nazionale (Luca Morisi, Simone Ragusi, Simone Ferrari, Muhamed Hasa) o in Nazionale U20 (Alessandro Trentani, Giovanni Quattrini, Nelson Casartelli, Anthony Miranda, Tommaso Redondi). Sessanta tecnici, quaranta volontari, un bar ristorante, 16 categorie, oltre 650 tesserati, 4 squadre seniores, due Under 18, due Under 16, tre Under 14, giù giù fino alle Prime Mete dei quattrenni. Progetti sociali (carceri, scuole e “wheelchair rugby”) e policy di Child Safeguarding (primo Club in Italia) sostenuti da Fondazione Eos con Francesca Magliulo e col contributo di Terre des Hommes, una Rugby School interna per ragazzi da 14 a 18 anni che accompagna studio, sport e impegno sociale, l’alleanza con la franchigia internazionale Benetton condivisa con soli altri 5 club in Italia.
In 80 anni il mondo è cambiato e anche A.S.R. Milano è cambiata e sta cambiando ancora. Lo fa però per ostinata fedeltà, non per nostalgia (dolce e pericolosa), ma per mantenere possibili le speranze dei tanti: delle migliaia di giocatori (oltre 5 mila solo nel nuovo secolo) che ci hanno spinto avanti in questi anni, dei tanti che hanno passato la palla, dei tanti che continuano a sostenerci, dei molti che non ci hanno dimenticati, di tutti quelli che ci sono stati ma non abbiamo potuto ricordare come avrebbero meritato. La speranza di un mondo in cui lealtà, appartenenza, amicizia, solidarietà, inclusione, cura, impegno, correttezza, giustizia, chiarezza di regole e sostanziale follia e gioia di vivere siano non solo ideali, ma realtà sociali e valori educativi di riferimento. Per i giocatori, per le loro famiglie, e per tutti coloro che aiutano questo sogno ad essere mondo.
Un mondo che vogliamo, un pochino migliore, tutti assieme.
A.S. Rugby Milano: prima brave persone, poi bravi giocatori di rugby









